Watchmen, di Alan Moore

watchmen1Ci sono delle opere difficili da catalogare. Ci sono delle opere che sono alla base della maggior parte dei prodotti audiovisivi e cartacei di cui siamo fruitori, oggi. Ci sono delle opere che, pur essendo graphic novel, sono inserite dal Time tra i 100 migliori romanzi in lingua inglese dal 1923.

Watchmen è l’opera in questione. Un titolo che prende spunto da un verso di una satira di Giovenale, “quis custodiet ipsos custodes?”, ovvero “Chi controllerà i controllori?”, ovvero “Who watches the watchmen?”… Quello stesso Giovenale che attraverso le sue satire si lanciava in accuse al vetriolo contro i costumi romani dell’epoca, analizzando lucidamente i vizi del suo tempo.

Chi è l’autore di questo monumentale capolavoro? Alan Moore, noto anche per From Hell e V for Vendetta. Watchmen è il culmine della sua carriera, insuperabile, intoccabile, è l’apice della sua creatività. Alan Moore che rilegge eroi e supereroi dando loro un tocco umano, livido, senza sbavature. Alan Moore che scrive sceneggiature che rasentano lo stile di un romanzo che mira al premio Pulitzer e vince un Premio Hugo. Alan Moore che intreccia e crea trame e sottotrame incastrandole tra loro in grovigli da cui poi ci si libera in un’esplosione, in un colpo di scena, in una frase, ripetuta fino al progressivo svelamento del suo significato: la verità.

Di cosa parla Watchmen? Di supereroi che di miracoloso hanno poco e niente (tranne una sola eccezione). Di uomini che hanno deciso di volgere la loro vita al servizio del bene, di mascherarsi e uscire allo scoperto nel tentativo di braccare le frange più violente e squallide della criminalità e della malvivenza. Vigilanti di un mondo che non è il nostro, ma un’ucronìa, ovvero un what if, un universo parallelo, in cui Stati Uniti e Unione Sovietica sono nel pieno della Guerra Fredda, in cui la guerra al Vietnam è stata vinta dagli americani grazie al prodigioso intervento del Dr. Manhattan, in cui nei fumetti al posto dei supereroi in maschera si raccontano le gesta di pirati, in cui Nixon riesce ad evitare lo scandalo Watergate e ad abrogare il XXII Emendamento per essere rieletto altre tre volte alla Casa Bianca.

Ma cosa succede se nel 1977 un decreto (il Decreto Keene) emanato dal governo dichiara illegale la professione di eroi mascherati? C’è chi accetta la protezione del governo, chi si dà agli affari, chi si ritira a vita privata, chi continua la sua lotta contro il crimine.

Due generazioni di eroi si accavallano fino al 1977. I Minutemen, coloro che per primi hanno cominciato a “vigilare”, composti da: Nite Owl, alias Hollis Mason; Silk Spectre, alias Sally Jupiter; Hooded Justice, dall’identità incerta; Mothman, alias Byron Lewis; Silhouette, alias Ursula Zandt; Capitan Metropolis, alias Nelson Gardner; Il Comico, alias Edward Blake. A questi, sotto l’egida e la volontà di Capitan Metropolis, succedono gli Acchiappa-Crimini, formati, oltre che dagli ultimi due Minutemen, da Roscharsch, Walter Kovacs; Ozymandias, Adrian Veidt; Dr. Manhattan, Jon Osterman; Silk Spectre II, Laurie Juspeczyk; Nite Owl II, Dan Dreiberg.

watchmen2La figura archetipica dell’eroe viene decostruita in favore di un approfondimento psicologico che vira verso l’umanità del personaggio. Tranne per il Dr. Manhattan, unico tra i vigilanti ad avere superpoteri al di là dell’umano a causa di un incidente occorso in una cabina adibita ad esperimenti sul campo intrinseco degli oggetti, i protagonisti di Watchmen sono uomini e donne in carne e ossa che ci vengono presentati con i loro pregi, i loro difetti, vizi e virtù. Ogni personaggio ha una precisa psicologia ben definita, ogni personaggio ha alle sue spalle una storia che ci viene mostrata attraverso l’espediente del flashback: l’animo umano mostra la sua insignificanza, il suo patetismo, la sua piccolezza, la sua fragilità. L’eroe è un uomo normale e come tale soffre, tace, mantiene il segreto. L’uomo/eroe è violento, psicopatico, stupratore, omosessuale represso, sadico, truffatore, imbroglione, insicuro. L’uomo/eroe è verosimile nella sua accezione più reale: Moore toglie la maschera della leggenda, decostruisce la mitologia moderna e ci restituisce l’eroe mascherato da uomo, e non viceversa. Non è un caso se l’unico vero “(super-)eroe” della storia, il Dr. Mahattan, è un solitario, che ha tutta una sua concezione del mondo, e che, in uno dei momenti di desolazione più cupi e disperati, arriva a provare una completa indifferenza per il destino dell’umanità, quella stessa umanità che lo ha rifiutato e lo ha costretto ad auto-esiliarsi, preferendole i paesaggi terrosi e colmi di solitudine e non-vita di Marte.

A dare un carattere romanzesco alla graphic novel è l’inserimento di brani letterari tra un capitolo e l’altro. Non solo stralci da romanzi autobiografici dei Minutemen (Nite Owl I), o spezzoni di interviste alle dive del momento (Silk Spectre I), ma anche schede giudiziarie, consulti psichiatrici (Roscharch), spiegazioni storico/scientifiche (Dr. Manhattan), articoli di quotidiani. Una miscela di cultura popolare che intreccia i moderni mezzi di comunicazione di massa in un’opera totale. Emerge la completezza di una storia, di un capitolo dedicato allo specifico personaggio, emerge la clamorosa scoperta di quanto Alan Moore abbia detto e infiltrato nel plot di un singolo eroe. Quest’ultimo non vive nell’ombra, bensì diventa una celebrità, una star, un divo. La comunicazione di massa pubblicizza l’eroismo e gli attribuisce gli effimeri allori. Effimeri perché passeggeri, perché ciò che accade dopo il Decreto Keene sa di voltafaccia e mutevolezza, cambia l’opinione pubblica e quella della stampa. Sono poche le differenze tra questo mondo e il nostro, davvero poche, forse un “se” di troppo, forse un condizionale che non sarebbe dovuto accadere. L’azione/reazione della popolazione e la potenza mediatica risulta la stessa. Watchmen dunque non è solo fumetto, non è solo disegno e nuvole parlanti. Watchmen è anche materiale di repertorio, archivio storico, bibliografia, carta stampata, autobiografia, analisi sociale, analisi scientifica e (pseudo-)storica. Ed è anche meta-genere.

Abbiamo già citato l’esempio del fumetto nel fumetto, abbiamo informato dell’esistenza in questa realtà alternativa di fumetti popolari che narrano le gesta di pirati o avventurieri dei mari. I racconti del vascello nero, che nel fumetto sono firmati da tale Joe Orlando, sono un chiaro esempio di narrazione postmoderna, in cui il genere viene decodificato all’interno del medesimo, per fungere da contrappunto a ciò che viene narrato nella linea principale. I racconti del vascello nero è una delle sottotrame che ha forse più importanza in quanto funziona da riflesso, da parafrasi alla storia dei supereroi. Ogni capitolo di questa saga piratesca sembra l’eco della storia di uno dei personaggi appena descritti da Moore. Questa considerazione porta ad un’altra ancora più affascinante: la disseminazione degli indizi. Dave Gibbons, il disegnatore della serie: lo smiley sorridente macchiato di sangue (la spilla indossata da “Il Comico”) compare molto spesso durante la storia, ma anche la figura dell’orologio (simbolo di un determinismo rappresentato qui dal Dr. Manhattan e dalla sua conseguente concezione del tempo) che indica frequentemente la stessa ora, poco prima di mezzanotte, prima dunque che l’apocalisse abbia inizio.

watchmen3Grande risalto è dato alla mitologia: Ozymandias (Adrian Veidt) è il nome egiziano di Ramsete II e il costume che indossa, nonché l’arredamento della sua abitazione antartidea, rimanda a manufatti e costumi della mitologia egizia. Numerose citazioni del Nodo di Gordio, nella mitologia greca, uno dei primi re di Frigia, sono sparse qua e là: le bande di teppisti si chiamano I Nodi, a causa delle capigliature annodate dietro la nuca dei suoi membri; Veidt né è ossessionato: non solo nominerà esplicitamente il mito, ma possiede anche un dipinto che ne raffigura l’episodio; anche un giornale esposto in un’edicola ha il nome di “Knots”.

Riferimenti letterari e musicali sono spesso presenti all’interno di un capitolo, e sono soliti chiuderlo, attraverso un’epigrafe nera (William Blake nello splendido capitolo intitolato Agghiacciante simmetria,  Bob Dylan, Billie Holiday, Elvis Costello, Elvis Presley, Nat King Cole, Devo, Wagner…).

Molti sono gli omaggi cine-televisivi e non solo attribuiti direttamente o indirettamente a Watchmen. Probabilmente il capolavoro di Alan Moore ha avuto il merito di cambiare non soltanto il panorama narrativo del fumetto, ma anche strutture episodiche e seriali come quelle delle serie televisive.

È innanzitutto da ricordare che la divinizzazione del supereroe subì in quell’anno un brusco freno, causato non solo dalla pubblicazione dell’opera di Moore, ma anche di quell’altro capolavoro che è Il ritorno del cavaliere oscuro di Frank Miller, uscito nello stesso anno, che contribuì ulteriormente a condurre il fumetto verso la sua definitiva maturazione.

Per quanto riguarda invece le serie televisive, basti pensare a Heroes e Lost. Heroes deve molto più di un omaggio a Watchmen, soprattutto per quanto riguarda il finale della prima serie, molto simile per contenuti e senso recondito alla novel di Moore. Damon Lindelof, uno dei produttori esecutivi di Lost, ha dichiarato che Watchmen è la più grande opera di tutti i tempi: rimandi e riflessi se ne vedono nella serie di culto approdata ormai alla sua quarta stagione negli Stati Uniti (l’isola-rifugio di scienziati che ricordano quelli della Dharma, la struttura episodica e l’espediente del flashback…).

In Trance, di Danny Boyle

intranceDanny Boyle si conferma abile nel saper trattare con i generi e dopo l’ottimo “127 Ore” ci delizia di un’altra piccola perla, “In Trance“, uscito l’anno scorso, che si avvale delle interpretazioni di James McAvoy, Rosario Dawson e Vincent Cassel.

Ritmo coinvolgente, orchestrato da un’ottima sempiterna colonna sonora, riconoscibilissima cifra stilistica di Boyle, che spazia tra un genere e l’altro, miscelando perfettamente adrenalina, suspense e thrilling, con un po’ di sano erotismo e qualche rimando al concetto “vita come arte“.

Nelle mani di Christopher Nolan, In Trance sarebbe stato un capolavoro anche a livello stilistico. Intendiamoci, Danny Boyle è decisamente abile nel saper maneggiare la macchina da presa, ma a volte si sofferma solo sulla superficie.

In conclusione, il film merita decisamente di essere visto.

Poor Bastard, di Joe Matt

poorbastardjoemattQuando si parla di fumetto indipendente americano, non si può prescindere dalle opere di Joe Matt. Persona e personaggio discutibile, ma “eccessivamente” umano, alle prese con tutti i suoi pregi (pochi) e difetti (tanti) che lo rendono reale. E non è un caso, dato che Matt si autoritrae nei suoi fumetti e trasforma la sua vita quotidiana in tavole da sei vignette ciascuna, non tralasciando alcun particolare della sua vita privata e di chi gli gira intorno.

Poor bastard è una raccolta delle sue disavventure che vengono puntualmente pubblicate negli Stati Uniti su Peepshow. Un buon modo di conoscere questo autore “per un quarto italiano” (il nonno materno era un nostro connazionale) anche qui nel nostro Paese, che per molti versi di produzione, lancio e distribuzione fumettistica ha ancora un bel po’ da imparare, considerando la poca valutazione che quest’arte ha qui da noi. Senza tralasciare il fatto che Joe Matt è parecchio sottovalutato negli States, forse perché la sua ironia e il modo di tratteggiare la propria poetica del “tempo reale” non si confanno alle corde degli americani, mentre probabilmente si adattano di più alla diversa mentalità europea.

Joe Matt si prende gioco della vita reale trasportandola su fumetto e dipingendola proprio così com’è, senza tanti fronzoli o ricamature. Questa eccessiva tendenza al realismo influenza anche la sua vita privata, con risultati esilaranti: la sua ragazza lo lascia perché ha letto in uno dei suoi episodi che si era invaghito di un’altra; due suoi fan se la prendono con lui per il modo in cui li ha “ridicolizzati” e per i doppi fini che aveva la sua amicizia con loro. È come se Matt avesse un grande calderone e vi mettesse dentro tutto quello che gli capita: la quotidianità è il materiale con cui lavorare, le conseguenze del lavoro la sua vita privata, la stessa ritorna ad essere il suo lavoro, come in un ciclo infinito che si ripete. E se leggiamo oltre le righe, scopriamo che i racconti di Matt non hanno tutti una genesi o uno sviluppo ironico o sarcastico, anzi. Il pregio dell’autore è proprio quello di superare le barriere delle esperienze comuni, ritenute noiose dalla maggior parte delle persone, e restituire loro la dignità che meritano, ora in vena disperata, ora in vena ilare, ma sempre condita con quella giusta dose di ironia che è uno dei tratti caratteristici di Matt e sicuramente il suo maggior punto di forza.

I lettori leggono la vita di Joe Matt, non un semplice fumetto: quest’ultimo diventa solo una gabbia fatta di sei celle in cui incastrare le scene fondamentali, come fossero i frames di una pellicola cinematografica, istanti congelati e funzionali al racconto o, ancora meglio, al dialogo. Perché sono sicuramente i dialoghi ad avere una marcia in più: il suo talento figurativo corre parallelamente anche a quello narrativo: le battute dei personaggi, anch’esse reali, sono di una lunghezza e di una sincerità disarmante. Come (più che) sincera è la riflessione su se stesso, con tutti gli scheletri nell’armadio in bella mostra, senza timore né vergogna. Il suo rapporto quasi “schiavile” con l’autoerotismo, necessità sostitutiva ad una mancanza ben più grande che Matt cerca di esorcizzare attraverso le sue fantasie oniriche/erotiche. Ma anche il rapporto con l’altro sesso: la donna viene vista da Matt come un pianeta alieno da comprendere. I suoi sogni sul “pianeta donna” non sono mai aderenti alla realtà: quest’ultima si rivela piena di dubbi, domande, interrogativi, quesiti (esistenziali). Joe Matt non è un bellimbusto – e non è nemmeno così goffo come impietosamente si disegna – ma raggiunge l’eccesso quando tratta il suo rapporto con il sesso femminile e la sua sfrenata passione per le donne esotiche. Questa complessa relazione diventa anche specchio delle sue insicurezze interiori: la distinzione tra sesso e amore e l’immagine idealizzata della Donna intesa quasi come una divinità perfetta, che altri non è che una sua proiezione inesatta e fallace della sua immaginazione. Joe Matt non si fa scrupoli a rivelarsi per ciò che è, esteriormente e interiormente. Lo dice subito chiaro e tondo: “prendetemi così come sono”. Da persona diventa personaggio, da personaggio ritorna persona.

Proprio come la sua vita, trasformata in biografia fumettistica che, poche pagine dopo, ritorna ad essere vita quotidiana.

 

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Breve considerazione su Un uomo qualunque

unuomoqualunqueL’ho visto ieri sera, tardi rispetto a quando è uscito nelle sale e non mi aspettavo un film del genere. “Un uomo qualunque“, di Frank Cappello e con un bravissimo Christian Slater (attore che peraltro non amo particolarmente) rientra nel filone di film “strani”, quelli à la “L’uomo senza sonno“, “Memento” e perfino “Mulholland Drive“, senza però avere le capacità di fare un salto vincente e accaparrarsi un posto sul podio (podio sul quale Mulholland Drive non c’è perché è semplicemente insuperabile).

“Un uomo qualunque” è un film sbagliato. Perché è un film che va interpretato, ma tutte le teorie che si possono fare inciampano su qualche pericoloso gradino.

 

SPOILER SUL FINALE (quindi non leggete se non avete ancora visto il film e lo volete vedere)

 

 

  • Ipotesi A: è tutto un sogno, da quando gli cade il proiettile a quando lo pesta sopra con un piede. Non esiste nessun signor Coleman e tutto quello che vediamo nella parte centrale del film è solo frutto della sua immaginazione.
  • Ipotesi B: è tutto vero. Il protagonista completa quello che Coleman aveva iniziato, ma invece di fare un’altra carneficina decide di sacrificarsi sovrapponendo (solo con la mente) il volto della sua amata a quello della stronza.

 

Ora cominciamo con lo smontare l’ipotesi A: chi è Coleman? La parte “forte” del protagonista? E perché ha il volto e le fattezze di una persona che poi scompare dalla scena e non assume un significato simbolico? Perché l’immaginazione del protagonista contiene anche alcune scene che non hanno a che vedere con quello che un personaggio del genere immaginerebbe veramente prima di compiere una carneficina? Mi riferisco sostanzialmente al suo “doppio”, ovvero quello che ha ricostruito la statuetta dell’hawaiiana e mangia il suo panino all’ombra dell’altissimo grattacielo in cui lavora. Ma anche ad altri elementi (come la vicedirezione al pensiero creativo, che potrebbe comunque essere un riferimento al fatto che sia tutto un pensiero, per l’appunto, ovvero una realtà immaginaria, parallela).

A dire il vero l’ipotesi B si smonta da sola: come quando il protagonista va nell’ufficio dello psicologo e dietro di lui, come per magia, appaiono scatoloni che gli impediscono di uscire dalla stanza. Ma anche tutta l’atmosfera surreale che si respira nel film volge nella prima direzione (ovvero che sia tutto un sogno).

Sì, perché in verità è l’ipotesi più credibile, guardando il film nella sua interezza: guardando solo i minuti finali non si riesce a trovare la soluzione al gioco perché semplicemente la struttura risulta sbagliata. E’ un vedo-non-vedo realizzato male e fatto apposta per indurre in confusione gli spettatori, con la scusa del finale aperto.

 

Voi lo avete visto? Che spiegazione vi siete dati?

Blankets, di Craig Thompson

blanketsBlankets è un capolavoro dell’immagine e della parola e l’ennesima testimonianza che il fumetto sa comunicare al pari delle altre arti, che non è minore a nessuna di queste. La forza di Blankets sta nella sincerità, nella sincerità dell’autore, Craig Thompson, e della storia da lui raccontata. È la storia di una giovinezza, con tutti quei problemi, quelle euforie, quei tanti perché lasciati in sospeso che ogni giovinezza implica. È la storia di un’America bigotta e ultraconservatrice, di una religiosità opprimente che perseguita il giovane Craig, è la sua bellissima storia d’amore con un’incantevole ragazza di nome Raina, è la storia infine di una passione (quella per il disegno) divenuta realtà.

In copertina, due ragazzi, sorridenti, mentre il vento li scuote, con i loro silenzi carichi di parole e il loro semplice guardarsi. La fantasia è il continuo legame di questa monumentale graphic novel, che accomuna Craig con il mondo che lo circonda: con il fratello, con il quale trasforma il letto su cui dormono in una barca assediata dagli squali; con gli adulti, visti nella loro minacciosa sontuosità; con la stessa Raina, forse fin troppo idealizzata, come sempre vengono idealizzati i grandi amori; con le famiglie (im)perfette; con Dio, minaccioso e protettivo allo stesso tempo. Ad un tratto, verso la fine, le pagine diventano bianche, cancellate, come un certo ricordo impresso sulla tela, bianche come la neve, altro “personaggio” del romanzo, neve bianca su cui lasciare un segno temporaneo della propria esistenza.

Blankets, coperte, come quella che Raina regala a Craig, un giorno, una coperta fatta di tante coperte, uno scudo da cui proteggersi dal freddo (di qualunque natura il freddo sia), un ricordo che non può essere bruciato al pari degli altri ricordi, un bisogno di protezione (dalla realtà, dalle paure).

Blankets è un elogio alla vita quotidiana, un ritratto di un’umanità difettosa scaturito da un battito di ciglia, una struggente storia di vite che s’incontrano, convivono, sognano, piangono. E chi non può non riconoscersi in Craig, e nei suoi stati d’animo, che sono quelli tipici dell’adolescenza?

Struggenti, nella loro “normalità”, le pagine finale, in cui un Craig ormai maturo scopre il segreto dell’esistenza: nulla di trascendentale, solo guardare il mondo con occhi diversi, per far sì che la vita si conceda generosamente in tutta la sua bellezza.

È sempre risultato straordinario quando le arti s’incrociano: qui il disegno, la prosa e la poesia si uniscono in una simbiosi di tratti semplici ed espressivi. Poema umano, Blankets, malinconico “arrivederci” al tempo perduto, nostalgico tuffarsi nei ricordi di quei momenti in cui andare a dormire significava prepararsi a resistere al mare in tempesta, sulla propria barca. La bellezza di potersi rannicchiare nelle proprie coperte, e disegnare il proprio mondo di vita e di realtà, alla quale donare nuove inconfondibili forme.

Resistere non serve a niente, di Walter Siti

resisterenonserveanienteEd effettivamente è così: resistere non serve a niente, perché non sono uno di quelli che abbandona i libri (e quelle poche volte che lo fa si sente quasi in colpa). Comunque il fatto è questo: ho faticato a finirlo e ho faticato a restarne soddisfatto, con il risultato che non lo sono stato. Per certi versi, continuare nella lettura di questo libro è stata una tortura e ciò mi ha confermato una cosa: non leggere mai i Premi Strega.

Perché Resistere non serve a niente, di Walter Siti, è un libro che rispecchia i requisiti di un Premio Strega. Il linguaggio risulta complesso ma è la cosa migliore del libro, a differenza della scrittura, che è una sorta di autocompiacimento letterario fine a sé stesso. Perché faccio questa differenza tra linguaggio e scrittura? Perché è l’unico modo che ho per dire che il linguaggio, preso da solo, va benissimo. Prendete McCarthy, con il suo stile cinematografico e al contempo narrativo: egli riesce bene ad assimilare le due cose e a rendere il tutto semplicemente un capolavoro. Quello che non riesce a Walter Siti e a moltissimi scrittori italiani, dove ora primeggia il linguaggio ora primeggia la storia. E quando si tenta di fonderle e confonderle, il tentativo banalmente non riesce.

E non vige neppure la scusa che è un ibrido: è un esperimento interessante, sì, ma mi dà tanto l’idea di un intellettualismo da piedistallo, che guarda tutti dall’alto in basso e si rintana in una nicchia di professori barbuti con la pipa in bocca e i denti gialli.

Ma forse non è nulla di tutto questo: forse è stato il fatto che Resistere non serve a niente deve essere per forza un bel libro e invece non lo è. Inutile girarci intorno. L’ibrido non funziona, il confine tra narrativa e inchiesta è reso grossolanamente e anche la scrittura a volte si perde. C’è il tentativo di un racconto, ma assume le forme di un prodotto troppo appesantito da un classico autocompiacimento.

E poi ciò che resta oscuro in questo nostro tempo, non s’illumina in questo libro. Resta nel buio, lontano da occhi indiscreti. Incompreso e banalizzato. Non che avessimo bisogno di spiegazioni, ma di narrativa – anche sotto forma di inchiesta – sì.

Se avete letto il libro e vi è piaciuto, vi prego di smentirmi.

Vikings, serie tv che merita di arrivare in Italia

vikingsVikings” è una serie tv trasmessa sul canale canadese History che racconta le mitiche gesta di Ragnar, una figura della cultura vichinga sulla cui reale esistenza esistono diverse congetture.

Riferimenti storici a parte, “Vikings” è una serie che merita, e soprattutto che merita di essere vista in Italia il prima possibile: chiusa la prima stagione, la seconda comincerà a fine febbraio.

“Vikings” merita (e molto) per alcune ragioni, tra cui:

  • non è patetica
  • non fa la morale (e allo stesso tempo è esente da moralismi)
  • è visivamente e narrativamente ben strutturata

Tre elementi che noi poveri costruttori di soap-opera al miele possiamo sognarci. Almeno, speriamo di vederli un giorno sui nostri schermi.

Detto questo, vi lascio al suggestivo teaser/trailer: